I Giorni della Storia

La Rivoluzione Americana

Posted by Alessandro Ferretti su gennaio 28, 2009

La Rivoluzione Americana

di

Galavotti

I.

La colonizzazione inglese del Nordamerica è avvenuta dall’inizio del ‘600 sino alla metà del ‘700, per due motivi:

  1. economici (compagnie commerciali, speculatori, singoli grandi proprietari),

  2. politico-religiosi (minoranze in cerca di quella libertà politica e/o religiosa negata in patria dall’assolutismo degli Stuart: Padri Pellegrini, calvinisti, che sbarcarono in America nel 1620 da una nave olandese, la May-Flower; emigrati puritani e quaccheri un decennio dopo; nel 1634 i dissidenti cattolici, e così via). Molte di queste emigrazioni venivano assecondate dalla corona inglese allo scopo di controbilanciare la presenza in America di colonie francesi e spagnole.

L’economia delle colonia del SUD era incentrata sulle piantagioni (tabacco, riso e più tardi cotone); si fondava sulla grande proprietà e si reggeva sul lavoro degli schiavi di origine africana. I primi negri sbarcarono in Virginia nel 1619 in qualità di servi. La schiavitù come istituto giuridico ebbe sanzione ufficiale nel 1661 per garantire ai piantatori una manodopera che non abbandonasse i campi al termine del contratto. L’Inghilterra, dopo la pace di UTRECHT del 1713 ottenne una sorta di monopolio sul traffico degli schiavi. Viceversa, nelle colonie del NORD (Nuova Inghilterra) e del CENTRO (ex-Olandesi) non si utilizzavano gli schiavi. Le attività principali erano quelle commerciali-industriali e delle piccole aziende contadine. In quelle del CENTRO vi erano anche molti olandesi-svedesi-tedeschi.

L’economia delle colonie inglesi era strettamente integrata con quella della madrepatria, che si riservava il monopolio sui commerci. Solo le navi inglesi potevano accedere ai porti del Nordamerica e tutte le merci dirette alle colonie dovevano passare per la Gran Bretagna. La quasi totalità della produzione coloniale (tabacco-riso-legname-pesce-olio di balena-rhum-pellicce) era destinata ai mercati inglesi. Mentre l’industria locale era spesso ostacolata per evitare che entrasse in concorrenza con quella della madrepatria. Le colonie però avevano sviluppato anche un fiorente commercio clandestino con i Caraibi.

Sul piano politico, le colonie erano poste sotto il controllo di un Governatore di nomina regia, affiancato da Consigli anch’essi nominati dall’alto. Ma ogni colonia ben presto costituì una propria assemblea legislativa, eletta dai cittadini, con cui cercava di rivendicare una libertà d’iniziativa economica e di condizionare i poteri del governatore (ad es. controllandone la politica finanziaria e tributaria). Analoghe esperienze di governo rappresentativo non esistevano in alcuna parte del mondo. Naturalmente i valori politici che queste colonie professavano: pluralismo e tolleranza, non si applicavano ai negri né agli indiani. I coloni si consideravano come una sorta di “popolo eletto”, destinato a realizzare il “vero cristianesimo”. Pur essendo fuggiti dall’Inghilterra per motivi politici o religiosi, essi si sentivano ancora legati alla madrepatria, anche perché i legami reciproci delle 13 colonie erano ancora troppo deboli perché potesse svilupparsi un’identità americana.

Queste colonie, in seguito allo sviluppo della popolazione, vennero a trovarsi in lotta con le vicine colonie francesi del Canada e della Luisiana. Durante le guerra di successione spagnola in Europa (1700-14) e dei sette anni (1756-63), i coloni inglesi riuscirono a conquistare il Canada e la Luisiana. Tuttavia, i rapporti tra le colonie e la madrepatria peggiorarono proprio dopo la pace di Parigi del 1763. Il governo inglese infatti cercò di riservarsi tutti i vantaggi della vittoria riportata sulla Francia, vietando ai coloni lo sfruttamento dei territori conquistati, che vennero sottoposti al diretto controllo della Corona. Non solo, ma la Corona fece ricadere sui propri domini coloniali le spese occorrenti alla difesa e all’amministrazione dei territori conquistati aumentando imposte e dazi doganali: in particolare istituì una tassa di bollo per tutti gli atti pubblici, i documenti notarili e i contratti commerciali. In tal modo poteva rimpinguare le casse dell’erario, svuotatesi propria a causa delle guerra antifrancesi.

I coloni naturalmente reagirono, anche perché, vinta la dominazione francese in Canada e Luisiana, non avevano più bisogno di protezione da parte della madrepatria. Essi, avendo da tempo ottenuto il riconoscimento del diritto di votare in proprio le tasse che dovevano pagare, si sentivano in dovere di pretendere una loro rappresentanza nel parlamento inglese. Ma il governo inglese, piuttosto che concedere tale rappresentanza, ritirò la tassa di bollo. Sennonché, nel 1767, il Parlamento inglese, per sostituire il mancato gettito del bollo, impose forti dazi su thè-carta-vetro-materie coloranti. I coloni decisero di boicottare tali merci, evitandone l’import e il consumo. Il governo inglese nel ’73 assegnò alla Compagnia delle Indie il monopolio della vendita del thè nel continente americano: essa, per stroncare il contrabbando, ricorse al dumping (vendere sottocosto). I coloni assalirono alcune navi della Compagnia gettandone il carico in mare. Londra reagì chiudendo il porto di Boston e sostituendo in tutte le colonie i giudici americani con propri funzionari.

La ribellione divenne aperte e generalizzata. In due Congressi continentali a Filadelfia (’74 e ’76) i delegati di tutte le colonie decisero di boicottare tutte le merci inglesi e di istituite un esercito comune, affidandone il comando a George Washington. Inoltre emanarono la Dichiarazione d’Indipendenza (’76), che sancì la definitiva rottura con la madrepatria. Erano nati gli Stati Uniti d’America. In Europa il conflitto trovò Francia-Spagna-Olanda apertamente favorevoli ai coloni. Con Trattato di pace di Versailles (’83), l’Inghilterra riconosce l’indipendenza alle 13 colonie.

Ottenuta l’indipendenza, i 13 Stati sovrani convocano a Filadelfia nell’87 una Convenzione Nazionale per darsi un ordinamento costituzionale. La struttura del nuovo organismo politico assunse carattere di Repubblica federale: al governo centrale fu attribuita piena sovranità su politica estera ed economica, difesa e controversie tra gli Stati dell’Unione; ai singoli Stati furono riconosciuti ampi poteri di autogoverno in materia di scuole, tribunali, polizia, lavori pubblici, sistema elettorale, ecc. Si affermò il principio della separazione dei poteri. Il diritto di voto, prima legato alla proprietà, venne esteso a tutti i cittadini maschi che pagassero le tasse.

Il potere esecutivo fu affidato a un Presidente (il primo fu Washington) eletto ogni 4 anni da un’assemblea di “Grandi elettori” designati dagli Stati. Il Presidente era insieme Capo dello Stato e del Governo, deteneva il comando delle forze armate, nominava i giudici della Corte Suprema, i titolari di molti importanti uffici federali, poteva bloccare col suo veto le leggi approvate dal Congresso. Il potere legislativo affidato a un Congresso composto di due Camere: dei deputati (eletti in proporzione al numero degli abitanti dei singoli Stati, competenti soprattutto per le questioni finanziarie), e dei senatori (due per ciascuno Stato, preposti soprattutto al controllo della politica estera). Il Congresso poteva mettere in stato d’accusa il Presidente e destituirlo. Il potere giudiziario affidato alla Corte Suprema federale, composta da giudici vitalizi nominati dal Presidente della Repubblica con l’assenso del Senato.

La Costituzione fu approvata da 11 Stati su 13. Gli antifederalisti (ceti medio-bassi e piccoli coltivatori che vedevano nel governo centrale un possibile strumento in mano alle oligarchie finanziarie) ottennero una parziale soddisfazione delle loro richieste con l’approvazione congressuale, fra l’89 e il ’91, di 10 articoli aggiuntivi (emendamenti) alla Costituzione.

Ottenuta l’indipendenza dall’Inghilterra, gli Stati Uniti d’America convocarono a Filadelfia, nel 1787, un’assemblea straordinaria, detta Convenzione, per darsi una Costituzione. Uno storico che si accingesse ad analizzare i documenti di questa Convenzione non dovrebbe assolutamente prescindere dallo studio della campagna politica condotta dal blocco borghesia/piantatori prima della sua convocazione, né da un esame del comportamento tenuto da tale blocco al momento della ratifica da parte dei singoli Stati della Costituzione. Come noto, infatti, nelle loro dichiarazioni alle convenzioni di ratifica e nei pamphlets propagandistici rivolti alla nazione, i federalisti (cioè i sostenitori della Costituzione) a volte dichiarano l’opposto di ciò che i partecipanti alla Convenzione di Filadelfia si dicevano a livello ufficioso.

Un’analisi comparata dell’ideologia federalista mostrerebbe che tale ideologia si è sviluppata a tre diversi livelli: il primo era rappresentato dalle opinioni personali dei federalisti, rintracciabili chiaramente nella loro privata corrispondenza, indirizzata a federalisti come loro o comunque a persone di fiducia; il secondo livello riguardava la loro piattaforma collettiva, in cui le molteplici opinioni personali venivano ricondotte a un comune denominatore. In questo senso si può affermare che la Costituzione del 1787 fu l’espressione della volontà collettiva dei federalisti. Significativo è però il fatto che si raggiunse una piena unità ideologica fra le concezioni di A. Hamilton, leader intellettuale del nord-est borghese, e quelle di J. Madison, leader politico del sud dei piantatori. Il terzo e ultimo livello fu la retorica e la demagogia usate per ottenere i consensi delle masse popolari (vedi i suddetti pamphlets e i discorsi alle convenzioni di ratifica). Molti storici americani identificano tale retorica con l’ideologia tout-court dei federalisti, ma ciò è assai riduttivo.

Fra i partecipanti alla Convenzione alcuni politici svolsero un ruolo fondamentale nella stesura della Costituzione. Scarsa influenza invece ebbe G. Washington, il presidente della Convenzione, ch’era stato comandante in capo delle forze armate degli Stati nord-americani durante la guerra d’indipendenza. Come ideologo, egli era nettamente inferiore a J. Madison, A. Hamilton, J. Wilson, E. Randolph, J. Dickinson e G. Morris. In particolare, le idee di fondo della Convenzione furono ispirate da Madison (detto “il filosofo della Costituzione”) e da Hamilton. I leaders dell’ala moderata della rivoluzione americana furono unanimemente ritenuti i capi della Convenzione. Non ci fu nessun democratico di spicco tra loro, a parte naturalmente B. Franklin, il quale però, avendo 82 anni e una salute cagionevole, non poté esercitare un ruolo veramente attivo.

Quali furono gli ideali dei Padri fondatori dell’America e quali princìpi essi incarnarono nella Costituzione? Anzitutto essi chiesero risolutamente di cancellare gli articoli dell’accordo raggiunto da 13 Stati confederati durante la guerra d’indipendenza (gli Articoli di Unione). Questo documento, approvato dal Congresso Continentale del 1777, proclamava la volontà di associarsi in una lega di fratellanza. Nell’articolo più importante (il secondo) si dichiarava che ogni Stato avrebbe conservato la propria sovranità, libertà e indipendenza nell’uso di quei diritti non espressamente delegati al Congresso Continentale. Poiché il documento non faceva alcun riferimento alla supremazia della Confederazione, gli Stati funzionavano come entità indipendenti, con i loro propri governi. Tutti i diritti del Congresso, specie quelli esclusivi, erano stati accompagnati da dichiarazioni che ribadivano la sovranità degli Stati. La stessa applicazione dei diritti esclusivi, garantiti al Congresso, richiedeva il consenso di almeno nove Stati. Era insomma evidente che l’adozione degli articoli della Confederazione rifletteva un certo grado di immaturità nell’autoconsapevolezza nazionale da parte degli Stati nordamericani neo-indipendenti.

I membri della Convenzione di Filadelfia del 1787 erano convinti che i poteri del Congresso Continentale dovevano prevederne un altro, molto importante, senza il quale non avrebbe potuto sussistere l’esercizio del potere di alcun organismo politico. Il Congresso -essi affermarono- era stato privato del diritto d’imporre e riscuotere le tasse dirette e indirette, per cui se esso voleva esercitare i suoi poteri col relativo appoggio finanziario, doveva prima chiedere i fondi alle assemblee legislative degli Stati, restando sempre un loro debitore. Non solo, ma esso era stato privato anche del diritto di regolamentare il commercio interstatale, ovvero del potere d’impedire che scoppiassero delle guerre economiche interne. Al Congresso, solo in teoria era stata concessa la facoltà di arbitrare le dispute interstatali, in pratica esso non aveva i mezzi per far valere le sue decisioni: al massimo esso poteva fare affidamento sulla buona volontà dei governatori dei singoli Stati.

I delegati alla Convenzione di Filadelfia contestarono anche il fatto che delle tre possibili forme di potere -legislativo, esecutivo e giudiziario- gli articoli di unione della Confederazione prevedevano solo l’istituzione di un corpo legislativo, quello appunto del Congresso. Il corpo esecutivo altro non era che un settore di quest’ultimo. Il Congresso poteva disporre di qualunque commissione per controllare l’applicazione delle sue direttive, sicché il potere esecutivo risultava molto frammentato.

Infine venne sottoposta a critica l’intera organizzazione del Congresso. La Camera infatti disponeva di membri che ogni anno dovevano essere confermati e che potevano essere richiamati dagli Stati in qualunque momento. Alle assemblee del Congresso ogni Stato aveva solo un voto, a prescindere dai delegati che aveva inviato. L’esistenza del Congresso a volte rischiava d’essere completamente dimenticata (una delle sue assemblee venne presenziata dai delegati di soli tre Stati). Soltanto nel 1784 il Congresso decise di stabilire un quorum per ratificare un accordo con l’Inghilterra, al fine di riconoscere l’indipendenza nord-americana.

Fu così che la Convenzione di Filadelfia soppresse gli articoli della Confederazione e approvò la Costituzione, in virtù della quale venivano concessi ampi poteri al governo centrale e, ciò che più importa, si decideva di considerare la legge federale superiore alle leggi degli Stati. Fra le prerogative riconosciute al governo nazionale degli Stati Uniti, particolarmente significativa era il diritto d’imporre e riscuotere le tasse dirette e indirette, nonché la facoltà di regolare il commercio interstatale, di battere moneta e di mantenere un esercito e una flotta. Il governo federale venne dunque investito del potere “di spada e di borsa”, a lungo sognato da Madison, Hamilton e altri. La Costituzione, le leggi e gli accordi stabiliti dal governo furono dichiarati “legge suprema” del Paese, anche nel caso di contrasto con le costituzioni e le leggi dei singoli Stati. Il Congresso Continentale avrebbe preferito aggiungere altri articoli a quelli della Confederazione, oppure emendare quelli già presenti, ma i membri della Convenzione non ne vollero sapere: ormai era passata l’idea di creare una nuova Costituzione per un forte governo centrale.

Un altro importante obiettivo dei federalisti era quello di rivedere quelli che loro consideravano gli errori e i disastrosi princìpi gius-politici incarnati nelle costituzioni dei 13 Stati, evitando che questi “mali” apparissero nella Legge fondamentale. I federalisti non volevano assolutamente che le costituzioni dei singoli Stati continuassero ad influenzare i processi politici del Nord-America. Essi volevano sì una Costituzione per tutta l’America, ma che difendesse con sicurezza gli interessi degli strati sociali più alti: borghesia e proprietari di piantagioni.

. Le costituzioni dei singoli Stati erano state adottate nella tappa iniziale della rivoluzione americana (1776-77) e riflettevano l’ondata rivoluzionaria delle masse e le forzate concessioni dei circoli borghesi e dei piantatori. Ovunque erano stati proclamati il regime repubblicano e la natura elettiva di tutti gli organi di potere. Nonostante le dure battaglie con i moderati, nel 1776 il successo aveva arriso ai democratici della maggioranza degli Stati, all’interno dei quali il diritto di voto era stato di molto allargato e le elezioni del potere governativo avevano scadenze annuali. Ciò che si temeva di più era il concetto politico borghese di “divisione dei poteri”. In contrasto con i moderati, l’ala sinistra della compagine patriottica diffidava profondamente del potere esecutivo e, al fine d’indebolirlo, cercava di assoggettarlo alle assemblee legislative. E così, in tutti gli Stati i governatori furono privati del diritto di veto e di molti altri poteri amministrativi che i loro predecessori dei tempi coloniali invece avevano. Le cosiddette “camere basse” potevano decidere lo stipendio del governatore, avevano il potere di dimetterlo e di chiamarlo a rendere conto di fronte alla corte. Non esisteva neppure il principio dell’unità e indivisibilità del potere esecutivo: il potere del governatore infatti non era limitato solo dall’assemblea legislativa, ma anche da un consiglio esecutivo (che in Pennsylvania, p.es., fruiva di più prerogative del capo dello stesso esecutivo).

Un significativo mutamento della situazione politica era avvenuto nel momento in cui si ampliò in molti Stati americani il livello di rappresentanza concesso alle contee di frontiera occidentali. Nell’ambito del potere di voto, questo significò sia una crescita degli esponenti della piccola borghesia (come i farmers e i negozianti), sia il declino dell’influenza dei voti degli strati borghesi medi e alti dell’est. Senza questa riforma, la formazione del partito democratico-rivoluzionario dei costituzionalisti in Pennsylvania sarebbe stata impensabile. Fu proprio questo partito che detenne il potere per l’intera durata della guerra anticoloniale e che realizzò molte aspirazioni progressiste. Senza l’estensione dei livelli di rappresentanza per le contee occidentali, difficilmente si sarebbe potuta creare a New York un’area parlamentare guidata dal popolano Clinton.

Ma immediatamente dopo la guerra d’indipendenza, i leaders degli strati borghesi più alti e dei piantatori cominciarono a criticare duramente gli “eccessi democratici” degli anni rivoluzionari. In effetti, la straordinaria influenza esercitata sulla vita politica dai patrioti americani produsse danni molto seri agli interessi di classe dei proprietari. L’indignazione degli strati più agiati ai princìpi democratico-rivoluzionari raggiunse l’apice nel Massachusetts, durante la rivolta guidata da D. Shays (1786-87). Le esitazioni dell’assemblea legislativa dello Stato (in particolare la sua Camera più bassa), che non aveva alcuna intenzione di usare la forza contro gli insorti, e l’assenza di un potere specifico del Congresso Continentale, col quale intervenire nella difficile controversia, convinsero definitivamente le categorie abbienti che il sistema politico emerso negli Stati Uniti era incapace di garantire l'”ordine pubblico”. Per loro la sovranità popolare non era altro che un sistema anarchico e dispotico, in quanto si “subordinavano” gli interessi dei ceti più benestanti alla maggioranza nullatenente -come cercò di dimostrare J. Madison alla Convenzione di Filadelfia. In particolare, E. Randolph, un delegato della Virginia, R. Sherman, dal Connecticut, E. Gerry, dal Massachusetts e molti altri moderati erano dell’avviso che il popolo doveva essere escluso da una gestione diretta degli affari di governo.

Le idee di Madison e di Hamilton dettarono legge alla Convenzione. Essi cercarono di dimostrare che ogni società è divisa in due fazioni o classi: una minoranza ricca e una maggioranza con poca o nessuna proprietà. Hamilton sosteneva che alla radice di questa inevitabile disuguaglianza c’era il possesso della proprietà e che la libertà di concorrenza, nonché l’ulteriore sviluppo dell’industria, avrebbero allargato il fossato che separava i ricchi dai poveri. Madison la pensava in modo analogo. E per entrambi era evidente che, per impedire che la maggioranza scatenasse il suo spirito “livellatore” e risolvesse da sé tali contraddizioni, occorreva un forte potere politico gestito dalla minoranza.

Tuttavia, rispetto all’ala più conservatrice, che rivendicava l’abolizione tout-court delle principali rivendicazioni democratiche, Madison proponeva (e in questo era appoggiato da Hamilton, da J. Rutledge, J. Wilson e O. Ellsworth) di usare metodi più diplomatici, specie in riferimento al problema della legge elettorale, la soluzione del quale, se non fosse venuta incontro alle esigenze degli Stati, avrebbe indotto quest’ultimi a rifiutare l’abbozzo della Costituzione federale.

Così, la decisione della Convenzione dell’87 di estendere i diritti di voto, nelle elezioni nazionali, a tutti coloro che durante la guerra d’indipendenza avevano fruito di questi diritti, non rappresentò altro che una forma di concessione ai princìpi che ispirarono la rivoluzione americana. Non bisogna però sopravvalutare l’importanza di questo passo. L’estensione del suffragio riguardava solo i contribuenti del fisco, di sesso maschile e di razza bianca, che allora costituivano circa il 4% della popolazione americana (120.000 su 3 milioni). Franklin era contrario all’introduzione del censo patrimoniale nella Costituzione, ma la sua proposta venne respinta: si decise soltanto che ogni Stato avrebbe avuto il diritto di fissare il proprio censo.

Peraltro, l’accettazione da parte della Convenzione della legge elettorale, sancita dalle costituzioni dei singoli Stati, servì più che altro come pretesto per ulteriori attacchi contro i diritti del popolo. Il primo attacco fu proprio l’assegnazione al Senato di una speciale funzione di tutela degli interessi della minoranza possidente. E questo proprio mentre si voleva far credere che il potere del governo era stato creato per difendere ovunque e comunque i diritti umani. Il Senato, in un certo senso, veniva a porsi come un bastione di stabilità e di ordine: l’organo che più di ogni altro avrebbe limitato gli “eccessi democratici” della Camera dei rappresentanti. Il che era del tutto in contrasto con i princìpi di uguaglianza proclamati nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1776. Insomma, la Convenzione dell’87 riconosceva come supremo obiettivo dello Stato federale anzitutto quello di tutelare gli interessi dei proprietari.

Quando, in questa Convenzione, si giunse a discutere sulla natura e le funzioni del Senato, i partecipanti si divisero in due gruppi. Il primo esigeva che si affidasse al Senato un’esclusiva funzione di classe; il secondo -rappresentato dai delegati dei piccoli Stati- era del parere che lo si potesse usare come strumento per controbilanciare il dominio degli Stati più grandi nella Unione Federale. Naturalmente si giunse a un compromesso, ovvero a difendere gli interessi di proprietà e a valorizzare il principio dell’uguale rappresentanza degli Stati, ognuno dei quali, a prescindere dalla sua popolazione, avrebbe ottenuto due seggi al Senato. Gli autori della Costituzione furono comunque concordi nel considerare il Senato come uno strumento di stabilità socio-politica, in quanto i suoi membri, di numero limitato, avrebbero tenuto il potere per un periodo abbastanza lungo (sei anni). Il Senato insomma avrebbe avuto molti più poteri della Camera dei rappresentanti (solo ad esso, p.es., spettava di consigliare il presidente e approvarne le scelte in materia di decreti federali e di stipulazione di trattati internazionali). Il diritto di eleggere i senatori veniva concesso alle assemblee legislative dei singoli Stati. Le elezioni avvenivano ogni due anni (dividendo il senato in tre settori che si rinnovavano a rotazione). Tale regola aveva appunto lo scopo di frenare ogni tendenza al rinnovamento espressa dagli elettori, poiché rendeva praticamente impossibile in una sola tornata elettorale il formarsi di nuove maggioranze: 2/3 dei “vecchi” senatori restavano sempre in carica.

Gli autori della Costituzione decisero anche di raddoppiare i termini della legislatura della Camera dei rappresentanti (eletta ogni biennio, per voto diretto, in proporzione agli abitanti) rispetto a quelli delle assemblee legislative allo stesso livello. Seguendo l’esempio britannico, essi stabilirono un livello di rappresentanza all’incirca equivalente a quello della Camera dei Comuni. Nel momento in cui venne adottata la Costituzione, la Camera dei rappresentanti del Congresso doveva avere 65 membri, mentre il numero di quelli dell’assemblea legislativa dello Stato del Massachusetts era di circa 400. Proprio quest’ultima Camera, che al tempo della rivolta di D. Shays tenne un atteggiamento esitante, fu oggetto di aspre critiche da parte dei federalisti.

Di qui l’esigenza moderata di concedere un ruolo-chiave, per la tutela degli interessi degli strati più elevati, a un’autorità esecutiva forte e indipendente, nella persona del presidente. Non solo quindi si volle ripristinare l’euroborghese divisione dei poteri, ma concedere anche ampie prerogative statali all’esecutivo, considerato come unico e indivisibile (vedi le tesi di Montesquieu). Un potere cioè che sapesse mettere in pratica, con prontezza e decisione, con il massimo di concentrazione e centralizzazione dei poteri, le leggi promulgate. Un esecutivo forte (nella persona del presidente) avrebbe altresì garantito l’ordine pubblico interno e la difesa della patria dai nemici esterni. Da questo punto di vista i moderati ritenevano che non la repubblica ma una monarchia costituzionale sarebbe stato il governo più adatto a un paese così vasto come gli USA. Fra i sostenitori di questa proposta vi furono A. Hamilton, J. Dickinson, G. Morris, J. Brum e J. McClure. Ma l’idea non trovò i necessari consensi. Si accettò invece la proposta di una durata del mandato presidenziale di quattro anni. Anzi quando si discusse la questione dei poteri presidenziali, non passò neppure la formula del potere esecutivo indivisibile, in quanto si volle affiancare alle prerogative del presidente quelle del Senato. Ciononostante il potere del presidente restava molto grande: quasi si trattava di un “monarca eletto”, simile ai re d’Inghilterra del ‘700 (non a caso egli aveva, e tuttora ha, il diritto di veto sulle leggi approvate dalle Camere, il diritto di designare a vita, con ratifica del senato, i membri della Corte suprema, che è l’unico organo autorizzato a decidere della costituzionalità di una qualunque legge. Inoltre il presidente era ed è comandante supremo dell’esercito e della flotta).

I partecipanti alla Convenzione non videro alcuna necessità di includere nella Costituzione la Carta dei diritti (Bill of Rights), che era parte integrante delle costituzioni degli Stati e che proclamava la libertà di parola, di stampa, di assemblea, di coscienza e altre libertà non meno importanti. Dopo la pubblicazione del progetto di Costituzione, i suoi autori furono subito accusati d’essere antidemocratici. Essi cercarono di giustificare il loro rifiuto della Carta dicendo ch’essa esisteva in tutte le costituzioni degli Stati e la sua ripetizione nella Costituzione federale sarebbe stata superflua. Ma la risposta non si fece attendere. Le forze progressiste ritenevano che proprio il fatto d’aver dichiarato la Costituzione “legge suprema”, obbligava ad incorporare in essa una Carta dei diritti. Gli articoli di unione della Confederazione univano non la popolazione degli Stati Uniti ma solo gli Stati, preservando la completa autonomia e sovranità di quest’ultimi. La Costituzione non poteva agire così.

La violazione dei principali diritti umani e soprattutto di quello dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, era ben visibile nel fatto che gli autori della Costituzione ammettevano lo schiavismo dei negri. Il riconoscimento costituzionale di tale realtà fu, in effetti, il risultato di un compromesso fra il nord-est borghese e il sud dei piantatori, al fine di assicurare una stabile unione di tutti gli Stati. G. Morris, uno dei leaders riconosciuti del nord-est, dichiarò che, di fronte alla scelta di mantenere l’unità con il sud o di rispettare i diritti umani, preferiva un’alleanza coi piantatori. In sostanza, il nord-est, con estrema disinvoltura, solo per affermare l’inviolabilità della proprietà privata, sacrificò l’idea dell’uguaglianza fra neri e bianchi americani. Non solo, ma la Costituzione permetteva anche agli Stati del sud di estendere la rappresentanza politica al Congresso, in considerazione del fatto che i 3/5 della loro popolazione era composta di negri costretti ai lavori forzati. (In particolare si stabilì che ogni schiavo fosse calcolato come i 3/5 di un uomo bianco nel computo della popolazione, che doveva servire da base alla distribuzione dei seggi di ogni Stato).

Il 17 settembre 1787 i Padri fondatori presentarono a Filadelfia il documento ch’essi avevano redatto dopo averlo sottoposto al giudizio dell’opinione pubblica americana. “Pubblica”, in realtà, sino ad un certo punto, poiché meno del 3% della popolazione venne coinvolta nella ratifica della Costituzione. Ci si limitò a tenere delle speciali convenzioni nei singoli Stati. Le contestazioni al progetto di legge furono generali. T. Jefferson e altri democratici furono meravigliati che la Costituzione non specificasse il numero massimo di mandati per ogni parlamentare rieletto: essi cioè temevano che il potere presidenziale si trasformasse in una monarchia. Molti antifederalisti sostenevano che lo schema proposto per l’organizzazione del Senato era un’abile manovra per istituire un governo di tipo aristocratico. Tuttavia, le obiezioni maggiori vennero mosse contro l’assenza della Carta dei diritti. Quattro Stati decisero di approvare l’abbozzo solo se fosse stato integrato dalla suddetta Carta. Molti altri li seguirono in questa direzione. Alla fine non si poté più ignorare la volontà di questi Stati. Nonostante che due assemblee votassero contro (Rhode Island e South Carolina, rispettivamente la più democratica e la più reazionaria), la Costituzione venne approvata, poiché la Convenzione aveva stabilito che per la ratifica sarebbero stati sufficienti nove Stati su tredici.

Dopo l’approvazione della Costituzione, vennero eletti nel 1788 il primo presidente degli Stati Uniti: G. Washington, e il Congresso nazionale. Durante la prima sessione del Congresso, nel 1789, fu proposto di includere la Carta dei diritti nella Costituzione, sotto forma di “Dieci emendamenti”. La proposta venne fatta da J. Madison e approvata. Rispetto all’assolutismo feudale del XVIII secolo, questa prima borghese e repubblicana Costituzione fu senza dubbio un passo avanti, ma rispetto alla realtà sociale e politica emersa dalla rivoluzione americana, fu senza dubbio un passo indietro.

Conributo di E. Galavotti tratto da  www.homolaicus.com

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