I Giorni della Storia

La Rivoluzione Francese

Posted by Alessandro Ferretti su aprile 5, 2009

di

Lucio Dottami

I.

In misura assai maggiore di quanto avvenne per le Rivoluzioni Inglesi del Seicento e per quella Americana, la Rivoluzione Francese ebbe un’influenza vasta e immediata sulla vita degli altri paesi.
La Francia era all’epoca il centro culturale e civile del mondo, ad essa guardavano le classi più illuminate delle altre nazioni.
Essa appariva anche lo stato più ricco e potente, ma in realtà era bloccata all’interno da incongruenze strutturali che la spingevano fatalmente verso il caos.
Di nome era una monarchia assoluta, ma di fatto il potere della nobiltà e del clero si sovrapponeva alla autorità regia in una rete inestricabile.
Ad esempio era complicatissimo il groviglio delle leggi: nel centro e nel sud del paese si incrociavano circa trecento diversi costumi giuridici; la disorganizzazione era inoltre aggravata dalla mancanza quasi assoluta della libertà personale.
Ancor più squilibrato era però il sistema fiscale: quasi tutte le tasse gravavano sui ceti popolari e borghesi, mentre la nobiltà e il clero, le classi cioè che detenevano la stragrande maggioranza dei beni, non solo erano esenti da quasi tutti i tributi, ma potevano anche imporne ai componenti degli strati sociali inferiori.
La tassa fondamentale era la “taglia”; ad essa si aggiungevano la “decima”, la “capitation” e la “gabella”.
Le incongruenze amministrative, giudiziarie, finanziarie e fiscali ne riflettevano un’altra fondamentale, la divisione cioè della società in tre classi ferreamente distinte: il clero, la nobiltà e il terzo stato.
Il clero si divideva in “alto clero”, quasi esclusivamente di origine aristocratica (ricco di beni materiali assai più che di virtù religiose), e in “basso clero” che viveva miseramente in mezzo al popolo e ne divideva le sofferenze e le speranze.
Clero e nobiltà costituivano un’esigua minoranza della popolazione con le sue 300.000 unità di fronte a oltre 23 milioni di non privilegiati.
L’assolutismo regio aveva tolto agli aristocratici la funzione politica, ma a loro erano gelosamente riservate le cariche ecclesiastiche, militari e di Corte.
Del terzo stato facevano parte sia i borghesi che gli artigiani e i rurali; queste due ultime categorie erano quelle che dovevano subire le condizioni più penose, in particolare i “giornalieri” vivevano nella più sordida miseria: mal nutriti, vestiti di stracci, alloggiati in stamberghe (o addirittura in capanne) e impossibilitati a organizzarsi, erano compensati in maniera irrisoria per le giornate lavorative che non di rado raggiungevano le sedici ore al giorno.
I borghesi, generalmente ricchi, istruiti e imbevuti della filosofia illuministica, tendevano ad abbattere la barriera di privilegi che li divideva dai nobili e dal clero; politicamente più maturi delle altre classi, aspettavano l’occasione propizia per imporre la loro presenza nel governo dello Stato.
Tale occasione venne con la grave crisi finanziaria che investì tutta la Francia intorno all’anno 1770.

II.

Per le incongruenze sopra esposte e per gli sperperi incredibili consumati dall’alta aristocrazia, e soprattutto dalle numerose persone che affollavano la reggia di Versailles, il paese si era venuto a trovare sull’orlo del crollo finanziario.
Per cercare un rimedio alla situazione, il giovane Re Louis XVI° nominò “controllore generale” delle finanze dello Stato un economista di chiara fama: Anne Robert-Jacques Turgot.
Il Ministro propose radicali riforme tendenti a ringiovanire l’organizzazione dello Stato.
Affermò fra l’altro la necessità di abolire le prestazione obbligatorie e gratuite di lavoro, le dogane interne e le Corporazioni di arti e mestieri.
Turgot tentò anche di risanare il bilancio diminuendo gli stipendi e gli appannaggi di Corte, limitando i privilegi dei nobili ed estendendo all’aristocrazia l’obbligo di pagare le tasse.
L’opposizione violenta dei nobili e del clero costrinse però Louis XVI°, nel 1776, a licenziare il Ministro.
A sostituirlo venne chiamato il banchiere ginevrino e sagace economista, Jacques Necker.
Da buon amministratore egli pubblicò per la prima volta il bilancio dello Stato mettendo in risalto le spese della Corte e gli sprechi del pubblico denaro.
Era un atto rivoluzionario, infatti con esso si riconosceva al popolo un diritto di informazione mai prima considerato.
Di questo “Compte rendu au Roi” si vendettero moltissime copie, e la popolarità di Necker divenne altissima, ma ancora una volta il furore dei cortigiani ebbe la meglio e, nel 1781, il Ministro dovette dimettersi.
Nell’estate del 1787, di fronte alle pressioni dei ceti privilegiati che volevano meglio organizzare la loro resistenza di fronte ai progetti di riforma fiscale portati avanti dalla monarchia, la corona si impegnò a convocare per il 1792 gli Stati Generali, cioè l’assemblea delle tre classi che non erano più state convocate dal lontano 1614.
successive agitazioni delle magistrature e dei nobili costrinsero però la monarchia ad anticipare tale convocazione per il 5 Maggio 1789.
Questa decisione fu presa dal Consiglio della Corona il 5 Luglio 1788.
Il 26 Agosto di quello stesso anno Necker fu richiamato al suo precedente incarico di Ministro.

Per assicurarsi la maggioranza nella votazione, i deputati del terzo stato, presentatisi all’assemblea con un programma di coraggiosa resistenza alle sopraffazioni politiche e procedurali della monarchia e degli altri ceti, chiesero che le tre Camere tradizionali non si riunissero separatamente, ma formassero un’assemblea unica le cui decisioni fossero votate individualmente: una votazione per “testa” avrebbe significato una sicura vittoria del terzo stato, mentre una votazione “per stati” sarebbe equivalsa a una sconfitta altrettanto certa.
L’opposizione della nobiltà, e di parte del clero, provocò lunghissime discussioni, finché il terzo stato, che rappresentava circa il 95% dell’intera nazione, il 17 Giugno si proclamò Assemblea Nazionale.
Gli altri stati ottennero dal Re l’ordine della chiusura della sala delle sedute e l’imposizione della separazione dei tre ordini.
Il 20 Giugno i rappresentanti del terzo stato si riunirono allora in una sala destinata al gioco della pallacorda e giurarono di non separarsi prima di aver dato alla Francia una nuova costituzione.
Tre giorni dopo, un discorso del Re biasimante tale atteggiamento non fece che inasprire la decisone del terzo stato.
A tale discorso, il 9 Luglio, vista inefficace ogni protesta, si unirono anche il clero e la nobiltà; fu allora che l’assemblea si dichiarò Assemblea Nazionale Costituente.
Il Re tentò di riprendere in pugno la situazione allontanando nuovamente Necker e concentrando truppe intorno a Versailles, ma simili manovre suscitarono la diffidenza del popolo che il 14 Luglio invase, assalì e distrusse la Bastiglia, castello tristemente famoso perchè usato all’epoca per rinchiudervi i prigionieri politici.

III.

In opposizione all’esercito del Re sorse la Guardia Nazionale, il cui comando venne affidato al Generale Marchese de Lafayette, di nobili origini, ma molto popolare per la sua partecipazione alla Rivoluzione Francese, e la coccarda francese divenne la bandiera della nuova Francia.
Il 26 Agosto l’Assemblea Costituente pubblicò la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, ispirata all’omonima dichiarazione degli Stati Uniti d’America del 1776 e destinata a diventare la base della nuova costituzione francese.
Nell’Assemblea però non regnava l’armonia; gli aristocratici, avversi alle novità, si contrapponevano ai patrioti favorevoli al movimento rivoluzionario, i quali, a loro volta, si dividevano in borghesi e in democratici.
Come se ciò non bastasse le divisioni si moltiplicarono anche al di fuori dell’Assemblea, nei “clubs” dove i cittadini si raccoglievano a discutere e dove prevalevano i più accesi tribuni come Maximilian Robespierre, Jean-Paul Marat, Camille Desmoulins e Georges-Jacques Danton.
Famosi per il tumulto e la violenza delle proprie discussioni erano il “club” dei Giacobini (così chiamati perchè si riunivano nell’ex convento di San Giacomo) e quello dei Cordiglieri, che avevano la loro sede nel convento dei Francescani.
Ostili alla Rivoluzione e timorosi delle sue conseguenze, molti nobili, tra i quali lo stesso fratello del Re, il Conte d’Artois, erano fuggiti all’estero e facevano pressione sui governi affinché intervenissero in Francia e restaurassero l’antico regime.
Anche il Re, vistosi abbandonato da tutti, aveva tentato di fuggire il 20 Giugno del 1791, ma a Varennes, durante una sosta forzata, fu riconosciuto e arrestato.
Ricondotto a Parigi, fu sospeso dalle sue funzioni per una durata di tre mesi.
L’Assemblea aveva ormai completato la nuova costituzione della Francia, e il re, reintegrato nelle sue funzioni, dovette giurarle fedeltà.
La Costituente poté così sciogliersi e cedere il posto all’Assemblea Legislativa i cui membri erano divisi in diversi partiti: da un lato vi erano i Foglianti, ossia i costituzionali, i borghesi avversi al proletariato; dall’altro lato erano schierati i Giacobini, in gran parte repubblicani, suddivisi a loro volta in due tendenze: i girondini, moderati, e i Montagnardi, estremisti.
L’Assemblea doveva far fronte all’ostilità dei nobili e dell’alto clero all’interno della Francia e alla minaccia della guerra da parte dell’Austria e della Prussia che in quei disordini videro l’occasione opportuna per abbassare la potenza francese (Dichiarazione di Pillnitz).
L’Assemblea sperava che una vittoria potesse consolidare il nuovo regime, e i Girondini, assunti il potere nel Marzo 1792, dichiararono guerra all’Austria.
L’esercito francese era però assolutamente impreparato a una simile impresa ed infatti le prime battaglie si risolsero in altrettanti disastri militari.
Un infelice manifesto lanciato dal Duca di Brunswick, comandante dell’esercito prussiano alleato dell’Austria, che minacciava i rivoluzionari e imponeva il rispetto alla persona del Re, convinse il popolo dell’esistenza di un accordo segreto fra i nemici e la Corte; il risultato fu che Louis XVI° insieme alla Regina consorte Marie Antoinette e i figli, vennero rinchiusi nella Torre del Tempio.

IV.

L’Assemblea Legislativa, convinta di non rappresentare più il popolo francese, ormai chiaramente repubblicano, si sciolse per cedere il posto a una Convenzione Nazionale eletta da tutto il popolo.
Mentre si preparavano le elezioni fu instaurato un governo provvisorio; tale periodo fu tristemente famoso per “le stragi di Settembre”: la plebe, eccitata dal medico estremista Jean-Paul Marat, invase le prigioni tra il 2 e il 6 Settembre e massacrò senza pietà i “sospetti”.
Proprio in quei giorni però i soldati di Francia, scalzi e affamati, si lanciarono disperatamente contro il nemico, e sotto la guida dei generali Charles Dumouriez e Francois Kellermann vinsero i prussiani a Valmy, costringendoli alla ritirata.
In quello stesso giorno, 20 Settembre 1792, si aprì la Convenzione Nazionale la quale era interamente composta da repubblicani.
Alla testa dell’ala estremista, cioè dei Montagnardi, erano Danton, Marat e Robespierre.
La Convenzione, come suo primo atto, proclamò la Repubblica: Louis XVI° fu condannato a morte sotto l’accusa di aver cospirato contro la libertà pubblica e il 21 Gennaio del 1793 fu ghigliottinato.

Pochi mesi dopo i Girondini, che avevano invano tentato di salvare il Re, furono anch’essi accusati di tradimento; alcuni riuscirono a fuggire, gli altri vennero arrestati e poi ghigliottinati.
I Montagnardi diedero alla Francia un nuovo corpo di leggi noto con il nome di “Costituzione Repubblicana e Proletaria dell’Anno Primo”, ma l’incalzare degli avvenimenti impedì l’applicazione del nuovo statuto.
I nemici avanzavano di nuovo da tutte le frontiere.
Nella Valdea il popolo si era ribellato ai rivoluzionari, il paese intero scarseggiava di viveri e Marat era stato assassinato da una giovane donna amica dei Girondini: Charlotte Corday.
Un manipolo di uomini audaci afferrò allora il potere instaurando così la dittatura del popolo.
Il potere esecutivo fu assunto da un Comitato di Salute Pubblica, dominato da Robespierre.
Fu il periodo più sanguinario della Rivoluzione Francese conosciuto come “Gran Terrore”.
Fra i tanti a finire sotto la lama della ghigliottina ci furono anche la Regina Marie Antoinette, il chimico Antoine Lavoisier e il poeta André Chénier, oltre a diversi collaboratori di Robespierre stesso.
Si scatenò anche la lotta contro la religione; le chiese vennero chiuse, l’immagine del “cittadino” Cristo fu bandita e fu instaurato il culto della “Dea Ragione”.
Gli stesi membri della Convenzione, atterriti dalla propria insicurezza, nella seduta del 9 Termidoro (27 Luglio 1794) si sollevarono contro il dittatore e ne ordinarono l’arresto.
Robespierre si rifugiò nel Palazzo del Comune e, vedendo avvicinarsi le truppe che dovevano arrestarlo, tentò il suicidio.
Ancora vivo venne condotto via, per essere poi giustiziato, praticamente agonizzante, sulla ghigliottina.
I Termidoriani cacciarono quindi dal Governo i rivoluzionari dell’ala estrema e inaugurarono una nuova costituzione che affermava la borghesia come dominatrice della vita politica.
Il potere politico venne affidato a un Direttorio formato da cinque membri.
Un tentativo degli ultimi monarchici di abbattere la Repubblica fu sventato dall’azione energica di un giovanissimo, ed allora sconosciuto, Generale d’Artiglieria, il cui nome e le gesta future sarebbero echeggiate fino ai nostri giorni: Napoleone Bonaparte.

di Lucio Dottami

si ringrazia per la gentile concessione Bellica, Uomini & Guerre, Anno II (www.bellica.it)

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