I Giorni della Storia

Archivio per marzo 2009

Le grandi Battaglie – Lepanto (1571)

Pubblicato da bretella su marzo 31, 2009

Lepanto

( ottobre 1571 )

1.

RIFERIMENTO TEMPORALE: OTTOBRE 1571
RIFERIMENTO GEOGRAFICO GRECIA – GOLFO DI CORINTO
ESERCITI CONTRAPPOSTI TURCO  E REPUBBLICA VENETA E SANTA LEGA
CONTESTO STORICO: SUPREMAZIA IN EUROPA
FORZE IN CAMPO: FLOTTA VENETA E SANTA LEGA   ( 208 GALERE + 10 GALEE E UNITA’ MINORI DI RISERVA )FLOTTA OTTOMANA ( 220 GALEE circa )

Nella seconda meta del XVI° secolo, la florida e pacifica Repubblica Veneta si ritrova in un’Europa scossa da forti contrasti tra Francia e Spagna e inquieta per la crescente egemonia dell’Impero Ottomano. Quest’ultimo, potente e temuto, nutre ammirazione e invidia per la longevità, la potenza, la ricchezza e la flotta della Serenissima, e brama di poterla sfidare direttamente sul mare.

Nel 1570 i Turchi attaccano Cipro, e la conquistano definitivamente l’anno dopo (nonostante l’opposizione di una strenua resistenza conclusasi con atroci massacri e col martirio di Markantoni Bragadin), fissando così le premesse per quella che, di li a poco, sarebbe stata la battaglia navale che più contribuì a salvaguardare la civiltà europea e la sua cristianità.

Le due ‘superpotenze’ al loro apice, l’Impero Turco con i suoi sudditi e la Serenissima con gli alleati della Santa Lega, si sfidano a Lepanto il 7 ottobre 1571. La flotta turca n’esce distrutta e non si rifarà più. Ma caliamoci un po’ in quel tempo.

2.

Luglio 1571. Sebastiano Venier, veneziano Capitano Generale da Mar, impegnato nell’organizzare la flotta veneta, non riesce a soccorrere Famagosta, cittadina fortificata dell’isola di Cipro assediata dal Turco. Ad organizzarne la difesa e il Capitano Generale Marcantonio Bragadin, comandante veneziano abile e risoluto. Le mura sono massicce e imponenti, ma, dopo undici mesi di eroica resistenza, uomini, viveri e munizioni sono ridotti a1 minimo, e dalla lontana Venezia non arriva alcun soccorso. Per contro, le schiere turche, continuamente rimpiazzate, si fanno sempre più aggressive.

1° Agosto 1571. Spinto dalla popolazione ormai decimata e dai comandanti suoi subordinati, Lorenzo Tiepolo e Astorre Baglioni, Bragadin, seppur personalmente avverso ad ogni accordo con i Turchi, acconsente di trattare la resa. Dopo tanto fragore d’arme, tante sofferenze e lamenti, il 1° Agosto 1571, il silenzio della tregua avvolge lo scenario della battaglia. Le clausole dell’accordo di resa, solennemente sottoscritte pure dai turchi, che ne promettono uno scrupoloso rispetto, sono più che accettabili e dignitose per i superstiti di Famagosta.

5 Agosto 1571. Il 5 agosto, Mustafà, comandante turco, invita al suo cospetto Bragadin e i suoi subalterni, adducendo di voler conoscere l’uomo che tanto si era distinto per “gran valore et previdenzia”, e quelli che insieme con lui “hanno mostrato tanta bravura”.

Il Pascià accoglie con cordialità il Capitano veneto e il suo seguito, ma s’incollerisce poco dopo. Accusa, senza prove, il Bragadin di aver decapitato gli schiavi turchi nella fortezza; e, quando gli chiede dove siano i viveri e le munizioni della città, sentendosi rispondere che non ne sono rimasti, che di ogni cosa “si era venuto al fine”, Mustafà diventa furibondo (per aver forse solo in quell’istante realizzato che non più di 7.000 persone, in parte civili e con scarsi viveri e munizioni, avevano tenuto in scacco per quasi un anno i suoi 250.000 soldati uccidendone circa 80.000…!): fa afferrare i veneti, mozza gli orecchi al Bragadin, ordina l’immediata uccisione degli altri capitani. Intanto, in città, i Turchi violano tutti i termini della resa: assaltano le navi in partenza dall’isola, ammazzano i Veneti e gli Italiani, violentano le donne dei Ciprioti e le rinchiudono poi insieme ai bambini per farne schiavi, incatenano gli uomini alla voga nelle galee.

3.

15 Agosto 1571. Alcuni giorni dopo, Bragadin, già gravemente infetto per il taglio degli orecchi, riceve dal capo turco la proposta di farsi musulmano in cambio della vita, ma il comandante veneziano subito gli rinfaccia il tradimento della parola data, scegliendosi cosi l’orrenda fine. Il 15 Agosto, dopo indicibili supplizi, egli viene denudato, legato ad una colonna e scorticato vivo alla presenza del Pascià: senza proferire lamento alcuno e con l’assoluta dignità di veneto soldato, l’eroico Capitano Generale sopporta in silenzio il suo martirio fino all’ultimo respiro. Le sue membra sono disperse fra l’esercito turco. La sua pelle, riempita di paglia, ricucita e rivestita ad umano sembiante, è mostrata in tutta Famagosta e in Asia, per arrivare poi a Costantinopoli e, infine, sottratta da un veronese, a Venezia anni dopo, dove trova finalmente sepoltura, dapprima nella Chiesa di San Gregorio e poi nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, dove giace ancora oggi.

Fra tanto orrore, l’episodio di Famagosta sortì però indubbiamente pure il positivo effetto di indebolire il morale e le capacità offensive dei turchi, concorrendo così a determinare il favorevole esito dello scontro che avrebbe avuto luogo di li a poco più d’un mese a qualche centinaio di chilometri da Cipro, scontro che avrebbe visto contrapposte le forze ottomane alle forze cristiane e che sarebbe passato alla storia come il più sanguinoso evento sul mare di tutti i tempi.

Mentre Famagosta capitolava e l’eroe veneto subiva il martirio, la flotta veneta era arrivata a Messina, attesa dalle altre forze della Santa Lega, una specie di Crociata promossa da Papa Pio V contro l’Infedele Turco.

Nell’armata cristiana si erano alleate tre flotte: quella veneta, guidata dal Capitano Generale Sebastiano Venier; quella del Papa, agli ordini di Marcantonio Colonna, e quella di Filippo II, diretta dal fratello ventiseienne Don Giovanni d’Austria. Contava circa 210 galee, per metà venete, 6 galeazze, tutte venete, e oltre 60 fregate. In totale circa 280 bastimenti, sui quali trovavano posto 1800 pezzi d’artiglieria, 34.000 soldati, 13.000 marinai e 43.000 vogatori (per metà schiavi turchi e criminali comuni). Don Giovanni d’Austria era Comandante Supremo dell’armata.

Dopo non poche difficoltà organizzative e finanziarie e numerosi episodi di rivalità tra soldati di diversa parte, si convenne di dividere le tre flotte in quattro squadre, distinte da bandiere di diverso colore e composte ognuna da navi provenienti da tutte le nazioni partecipanti, cosi da impedire il sorgere di eventuali gelosie tra le truppe e ottenere un’armata la più compatta possibile.

Dall’altra parte, riunita nel Golfo di Corinto, stava la grand’armata musulmana, pure divisa in quattro squadre. Contava circa 230 galee e una sessantina di bastimenti minori. In totale circa 280 legni, 750 cannoni, 34.000 soldati, 13.000 mariani e 41.000 rematori (in buona parte schiavi cristiani, per lo più greci). Il Supremo Comandante era Alì Pascià, vecchio ammiraglio dei gloriosi giorni del sultano Solimano.

4.

7 Ottobre 1571: Nella notte dal 6 al 7 ottobre l’armata cristiana arrivò all’imbocco del Golfo di Corinto, ad una ventina di miglia dalla flotta ottomana, da dove, all’alba del 7, ne intravide all’orizzonte le bianche vele. I Cristiani si presentavano da ponente, i Turchi da levante.

Da entrambe le parti aleggiava un certo ottimismo, conseguente alle difettose stime acquisite da ognuna delle due armate sull’entità dell’altra: ciascuno dei due contendenti si credeva superiore all’avversario ed era impaziente di misurarsi con lui. Soffiava un vento fresco da scirocco, che spingeva le vele turche verso i cristiani, i quali invece avanzavano a remi.

Don Giovanni, dalla reale di Spagna, ordinò all’armata di schierarsi. Le galee della Lega si affiancarono, disponendosi quasi a contatto di remi: una formidabile linea di fronte, preceduta dalle figure imponenti delle 6 galeazze venete, allargate in tre coppie a protezione delle tre squadre principali.

Ali Pascià, dalla Reale Turca, ordinò lo schieramento di battaglia. Il vento di scirocco mutò in una brezza da ponente, che favorì L’armata cristiana costringendo i turchi a dar di remo.

Il giovanissimo comandante supremo della Lega si rivolse a Sebastiano Venier e, come a cercare consiglio nell’esperienza del veneziano, gli chiese: “Che si combatta?”. Il vecchio capitano generale da mar senza esitazione alcuna gli rispose: “E’ necessità et non si può far di manco” – e certamente non immaginava di star dettando, con quelle sue parole, alla storia d’Europa L’inizio di uno dei suoi più importanti capitoli.

Mancava poco a mezzogiorno quando la linea turca, forse un po’ sorpresa dalla visione di quell’immenso schieramento irto di cannoni che aveva sottostimato, si fece colpire dalle potenti artiglierie della galeazza del veneziano Francesco Duodo e mostrò qualche disordine, simultaneamente investita da un inferno di moschetteria eruttato dalle sei galeazze. Oltrepassate le grandi navi venete, le imbarcazioni turche, già in parte danneggiate, sbatterono contro il muro delle galee cristiane. D’un tratto non valse più alcuna tattica ne direttiva e fu la confusione più totale. Ognuno combatteva con quanto gli capitava in mano, e non c’era luogo, sui ponti e sulle corsie delle galee, che non fosse penetrato da archibugiate, frecce, spade e pugnali.

Il combattimento si fece più acceso fra le navi ammiraglie: la Reale Turca e la Reale di Spagna ingaggiarono un tremendo duello, appoggiate dalle rispettive capitane e da molte altre galee, cristiane e turche, accorse in loro aiuto. Poi le due navi si urtarono e quindi si affiancarono, si lanciarono a vicenda gli arpioni e iniziò l’arrembaggio.

Intanto, l’ala sinistra del comandante veneto Agostino Barbarigo si scontrava impetuosamente con l’ala destra turca di Maometto Scirocco, facendogli perdere una quindicina di galee. Guerrieri d’altre galee del sultano tentarono di invadere la nave, valorosamente contrastati dai soldati veneti. Il Barbarigo, che, “sempre tra i primi aggirandosi e dove era più folta la tempesta dei nemici correndo, mostrava che se per l’arte non era a niun capitano secondo, per la prontezza della mano e per l’ardire pareggiava i più animosi soldati”, riuscì a respingere ben due assalti dei turchi, ma al terzo fu mortalmente colpito. L’evento precipitò il morale nella galea veneta, che però fu prontamente soccorsa da altri bastimenti alleati. La galea turca ebbe la peggio e affondò. Scirocco fu preso e decapitato.

Molti schiavi cristiani nelle galee turche spezzarono le catene e con armi di fortuna assalirono alle spalle i loro persecutori; quindi, gridando alla libertà, saltarono sulle galee della Lega, mettendosi ai remi.

La battaglia culminò. Le urla dei combattenti, unite al suono delle trombe cristiane, al rullare dei tamburi turchi, all’esplodere delle granate, agli spari degli archibugi, all’incrociarsi delle spade e agli urti tra remi generavano un frastuono assordante. Molti altri uomini morirono, ancora tante galee cristiane e turche affondarono o bruciarono, in un inferno che sembrava non finire mai…

Arrivarono quasi le quattro del pomeriggio. Il mare era ormai una raccapricciante distesa coperta di sangue, di lamenti, di cadaveri, di remi spezzati, di pezzi di alberature e d’innumerevoli altre cose. Ma la battaglia era finita, e la grand’armata turca distrutta.

La flotta cristiana era padrona del mare.

5.

Alcuni giorni dopo, la galea d’Onfrè Zustinian, “sbarrando a salve con tutta l’artillaria”, entrò nel porto di Venezia portando la gran notizia. Il messaggero di Sebastiano Venier, aprendosi a fatica il passaggio in mezzo alla folla in delirio, entrò nella sala del Collegio dove già l’attendeva la Signoria con il Doge Alvise Mocenigo, e “fatto subito da tutti silenzio, con voce alta et militar disse: Apporto, Serenissimo Principe, nobilissima e mirabilissima vittoria. L’armata turchesca tutta dalla nostra vinta et disfatta. Quasi tutte le galere inimiche o buttate a fondo, o spinte in terra, o prese, pochissime salvate. Sia contento et gloria vostra”". Allora “si levò un grido di tutti in ringraziar Dio, né si trovò così saldo cuore che in tal caso da tenerezza temperasse le lagrime; pareva che le menti e i petti non bastassero per ricever l’allegria”.

Il bilancio dell’epico scontro fu pesantissimo per tutti. Gli alleati contarono più di 7.000 morti (per lo più veneti), uccisi o annegati, in gran parte soldati, e circa 20.000 feriti. Molto peggio andò per i Turchi: 30.000 morti, tra cui la maggior parte dei loro capitani; circa 100 navi bruciate o affondate e 130 catturate; molti dei loro migliori capitani e 10.000 uomini fatti prigionieri; 15.000 schiavi cristiani fuggiti.

La Battaglia di Lepanto segnò la fine del predominio turco nel Mediterraneo. La vittoria degli alleati fu netta e schiacciante, un trionfo della cristianità e, per i Veneti, che si erano battuti con indubbio eroismo, anche un trionfo morale.

tratto da Raixe Venete El sito dei Veneti

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Accadde Oggi – 20 gennaio

Pubblicato da bretella su marzo 31, 2009

1265 A Westminster , il Parlamento Inglese tiene la prima seduta nell’omonimo Palazzo che, da allora, venne consociuto come Houses of Parliament.

Westminster è un quartiere nel centro di Londra ed è sito all’interno del

distretto della City of Westminster. Si trova sulla riva settentrionale del Tamigi, a sudo-ovest dal distretto londinese della City of London.

Il nome Westminster deriva dall’unione delle due parole “west” (in inglese occidente) e “minster” (in origine monastero, poi designata per indicare chiese di particolare importanza e, quindi, cattedrali e abbazie).

Il nome era riferito inizialmente alla sola Abbazia di Westminster.

Nel Palazzo di Westminster hanno sede le due Camere del Parlamento del Regno Unito: la Camera dei Lord e la Camera dei comuni.

tratto da Wikipedia, l’enciclopedia libera

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L’Italia e le dominazioni straniere nell’Età moderna: la discesa di Carlo VIII in Italia, Angioini e Aragonesi

Pubblicato da bretella su marzo 31, 2009

1.

Nell’Età cosiddetta moderna (dalla scoperta dell’America, per intenderci) il primo che prese di mira l’Italia come terra di conquista fu Carlo VIII re di Francia. E non si può dire che abbia trovato né ostacoli né cattiva accoglienza da parte dei vari potenti che in quell’epoca si dividevano la Penisola e i cui territori venivano attraversati dalle sue milizie: Savoia, Milano, Firenze (che oppose qualche iniziale resistenza), gli Stati pontifici. Tanto, Lorsignori sapevano bene che per loro non c’era pericolo: la vera méta dell’invasore francese era più a sud, il regno aragonese di Napoli.

Il nostro Meridione ha sempre fatto gola ai predatori di turno; già nei secoli precedenti se l’erano preso, appunto, gli Aragonesi (Spagna) che a loro volta lo avevano strappato agli Angioini (Francia), che lo avevano portato via agli Svevi, che lo avevano ereditato dai Normanni. Quanta gente, eh?!…

A dire la verità, Carlo VIII non era nemmeno sceso in Italia di sua iniziativa, anche se lo fece ben volentieri: ce lo aveva chiamato quel furbastro del milanese Ludovico il Moro (dico furbastro perché poi, coi Francesi, ci rimise le penne; ma più che altro è meglio definirlo politicamente malaccorto nello scegliersi l’alleato, perché con quella sua infausta iniziativa inaugurò in Italia la lunga stagione delle invasioni e dominazioni straniere – v. riferimento). E fu per salvare il proprio potere su Milano che il Moro istigò il re francese a far valere le antiche rivendicazioni angioine sul regno di Napoli muovendo guerra agli Aragonesi. In questo modo ruppe quella politica di equilibrio politico ed economico fra i vari stati e staterelli italiani, fino ad allora mantenuto dall’abilità diplomatica del fiorentino Lorenzo il Magnifico.

Siamo nel 1494; da questo momento in poi l’Italia non si libererà più della presenza di dominatori stranieri, che continuerà indisturbata fino al 1918: l’altro ieri.
Carlo VIII, comunque, non ebbe vita facile nel nostro Meridione, perché contro di lui si coalizzarono tutti quei potentati che non vedevano di buon occhio una forte presenza francese nella Penisola: Venezia, che temeva venissero minacciati i propri interessi marinari e mercantili nel Mediterraneo; il re di Spagna Ferdinando il Cattolico (quello di Cristoforo Colombo) che vedeva in pericolo i diritti della sua dinastia sul regno di Napoli; l’Imperatore Massimiliano I che vedeva minacciata la dignità imperiale in Italia; il papato di Alessandro VI Borgia, che veniva a trovarsi questa grande potenza proprio ai confini meridionali dello Stato della Chiesa; e infine (udite udite) proprio lo stesso Ludovico il Moro, colui che della discesa di Carlo VIII in Italia era stato l’istigatore, e che invece adesso vedeva minacciato il proprio ducato dalle pretese dinastiche avanzate su Milano da un altro francese, Luigi duca d’Orléans. E tutti insieme unirono le loro ingenti forze per tagliare al francese i collegamenti con la Francia e per fargli capire che qui, per lui, non tirava aria buona. Vista la mala parata, Carlo VIII si affrettò a tagliare la corda, ma sulla via del ritorno, nei pressi di Parma, ricevette dalla Coalizione una sonora batosta che lo privò della sua pur poderosa artiglieria e lo costrinse a tornarsene a casa per il cosiddetto “rotto della cuffia”. Il suo posto a Napoli fu ripreso dalla casa d’Aragona, aiutata soprattutto dalla Spagna e dalla Repubblica di Venezia.

2.

Non sia mai detto, però, che l’Italia debba essere lasciata in pace. Ci mancherebbe. Quando un dominatore straniero impara la via, prima o poi ci ritorna. E l’erede di Carlo VIII, suo nipote Luigi XII di Valois, ci fece un pensierino. Però questa volta non limitò le sue mire espansionistiche solo sul regno di Napoli nella sua qualità di erede e continuatore della dinastia angioina, ma anche (tanto per gradire) sul prezioso e ricco ducato di Milano. E la conquista del Milanese fu per il Valois un’impresa abbastanza facile, perchè a differenza del suo predecessore non si limitò a una guerra guerreggiata, ma la fece precedere da un intelligente lavoro diplomatico: portò dalla sua parte la Repubblica di Venezia, a sua volta interessata a debellare il potente e scomodo vicino lombardo, e che ottenne in cambio Cremona e i territori fino al fiume Adda che prima appartenevano al ducato milanese (Ve lo ricordate il manzoniano Renzo Tramaglino fuggiasco da Milano – siamo più di un secolo dopo -, quando chiede al barcaiolo che lo avrebbe traghettato, che cosa ci fosse al di là, appunto, del fiume Adda? “Terra di san Marco” fu la risposta, cioè territorio della Repubblica di Venezia); e si procurò anche l’alleanza del papa Borgia, che ottenne per suo figlio Cesare il ducato francese di Valentinois (da cui il nome, per Cesare Borgia, di duca Valentino). Siamo nel 1499.
I Francesi si presero quindi Milano e vi restarono fino al 1512. Quel Ludovico il Moro, che tanto casino aveva combinato chiamandoli in Italia, dovette fuggire e riparare in Germania, presso l’imperatore. Da qui, nel 1500, riuscì a raccattare ottomila Svizzeri per tentare di recuperare il trono perduto. Ma fu sconfitto a Novara, fatto prigioniero e relegato in Francia, dove finì i suoi giorni otto anni dopo. Per di più, gli Svizzeri da lui assoldati, ritornando nei loro paesi, si impadronirono di Lugano e di Bellinzona, che già dai tempi dei Visconti appartenevano al ducato di Milano, e che in seguito furono aggregati alla Confederazione Elvetica, col nome di Canton Ticino.
La conquista del Regno di Napoli da parte del francese Luigi XII non si presentava, invece, così facile come quella del ducato milanese, a causa degli stretti legami di parentela fra il re aragonese di Napoli e il re di Spagna. E Luigi, ottimo diplomatico anche in questo caso, fece col re spagnolo un accordo segreto, in base al quale il nostro Meridione se lo sarebbero spartito fra loro: la Francia si sarebbe presa la Campania e l’Abruzzo, e la Spagna il rimanente (erano già sue, comunque, la Sicilia e la Sardegna).
I Francesi irruppero nel regno di Napoli da nord; e gli Spagnoli vi sbarcarono fingendo di intervenire per portare aiuto al re aragonese e respingerli. In realtà si spartivano la preda. Il re Federico III dovette soccombere e cedette i suoi diritti a Luigi di Francia, che in cambio gli dette il ducato francese di Angiò e una allettantissima rendita. Un po’ come nel Calciomercato di oggi… E così finivano, dopo sessantacinque anni, la dinastia e il dominio degli aragonesi in Italia.

3

Poi però, anche fra i nuovi padroni cominciarono a sorgere dissidi per il predominio e su come spartirsi, in maniera meno precaria e senza pericolose coabitazioni fra loro, ciò che era a loro disposizione nel nostro Paese. E nel 1503 vennero ai ferri corti; i francesi furono sconfitti e costretti ad abbandonare il Napoletano. Con la Pace di Blois dell’anno successivo, il regno di Napoli entrò a far parte dei domìni spagnoli, e alla Francia fu assegnato il ducato di Milano.

A noi Italiani, al popolo minuto, il… privilegio di lavorare per gli uni e per gli altri, ingrassando con le nostre risorse i forzieri delle loro Corone. Ma noi siamo un popolo che sa adattarsi e accettare; e il nostro atteggiamento, come già in altre epoche, fu molto pragmatico ed equidistante: “Viva la Franza, viva la Spagna, pur che se magna”…

Come concludere? quale commento a queste prime invasioni del nostro Paese nell’Età moderna, che si sono esaurite solo nel 1918 con gli ultimi austro-ungarici? Di invasori stranieri ne abbiamo avuti una marea noi italiani qui in casa nostra. Persino nella più recente Seconda guerra mondiale abbiamo avuto il piacere di ospitare truppe d’occupazione indiane, marocchine, di pelle rossa nera e marrone, al seguito dei liberatori anglo-franco-americani; e tutti hanno lasciato traccia anche genetica del loro più o meno lungo passaggio. Ci mancano solo i Cosacchi del Don, ma non perdiamo le speranze: sarà per un’altra volta…
Quanti “ospiti” abbiamo avuto nel nostro Paese; quante guerre, vessazioni straniere, quante travagliate vicissitudini. Eppure, in tutte queste tribolazioni, abbiamo resistito e siamo sopravvissuti; abbiamo creato ed esportato cultura, la cultura italiana del Quattro e del Cinquecento, che è forse fra le più ricche che il genio umano abbia saputo produrre. E il Rinascimento è un regalo che l’Italia ha fatto al mondo.

Nell’immediato Secondo dopoguerra, fece epoca un film americano, “Il terzo uomo”, in cui il “cattivo” Orson Welles faceva più o meno questa considerazione:

“” Sono le guerre, le lotte fratricide, le dominazioni straniere e le sofferenze che temprano e fortificano gli animi e ne sviluppano l’ingegno. Guardate l’Italia: ha sofferto per secoli le umiliazioni e i soprusi di invasori da tutte le parti, guerre e distruzioni e saccheggi nelle sue terre, pianti e lutti le sono stati inferti come lividi sull’anima. Eppure, ma forse proprio per questo, ha saputo creare il miracolo del Rinascimento, dando al mondo le opere prodigiose di Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Benvenuto Cellini…

Che cosa ha saputo dare, nei secoli, l’inviolata e pacifica Svizzera? L’orologio a cucù. “”

E, pur senza nulla togliere agli Svizzeri, la cui industriosità e importanza nel mondo non si limitano certo all’orologio a cucù, sembra così anche a noi.

C’è però un’ultima piccola considerazione, tanto per dircela tutta. Per secoli l’Italia è stata invasa, spartita e dominata, esattamente come una colonia, dai vari potenti che si affacciavano via via alla ribalta: perché era diventata una res nullius, una terra di nessuno e senza padrone, con una eccezionale posizione strategica; e soprattutto perché era un’appetibile produttrice di ricchezze agricole e commerciali da sfruttare, con popolazioni sempre pronte ad un duro e fruttuoso lavoro.

Ma c’è da scommetterci che se per assurdo, durante tutti quei secoli, fossero state già conosciute e applicabili le potenzialità del petrolio (non solo per accendere una lanterna), i vari conquistatori di turno ci avrebbero certamente lasciati più in pace, avrebbero intensificato e prolungato le loro Sante Crociate nel vicino Oriente, e le loro fameliche mire si sarebbero rivolte esclusivamente verso quei lidi, a spese di qualche altro malcapitato Bin-Sala-Bim o Alì Babà.
Anche, magari, con frecce e catapulte… non intelligenti.

articolo tratto integralmente dal sito Sala di lettura ( www.alalba.it )

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Breve storia dei Celti

Pubblicato da bretella su marzo 30, 2009

I.

Tra la fine dell’ultima glaciazione (15000 a. C.) e l’inizio dell’età del Ferro (3200 a. C.) tutta l’Europa Transalpina vedeva pochi e sperduti insediamenti umani.
Fu dall’inizio dell’età del Ferro che alle rade popolazioni aborigene vennero gradatamente a sovrapporsene altre di cultura indoeuropea giunte in Europa dall’Asia centrale. I Greci li chiamavano ‘Keltoi’ ed i Romani ‘Galli’ dal termine ‘galatae’ ovvero ‘bianchi come il latte’ in riferimento alla carnagione chiara di questi popoli. I Celti si insediarono nella regione comprendente le sorgenti del Reno, del Rodano e del Danubio. 
Dal punto di vista linguistico 2800 anni fa questi proto-Celti si estesero all’attuale Francia e poi alla penisola Iberica dando origine ai Celtiberi. 2700 anni fa si espansero nell’attuale Belgio, Inghilterra, Irlanda, Cecoslovacchia. Nel primo millennio a.C. si assiste al periodo di massima fioritura della civiltà dei Celti in 15 milioni di abitanti. La nascita della cultura celtica propriamente detta va cercata quindi non nell’Asia Centrale, ipotetica patria delle genti indoeuropee, ma nell’Europa Centrale.

Nel 400 a.c. Belloveso, nipote di Ambigato re dei Celti Biturigi, a causa della densa popolazione che viveva nella Francia centro-settentrionale, si mise a capo di una emigrazione composta da genti delle tribù dei Biturigi, Senoni, Edui, Ambarri, Carnuti e Aulerci, e le condusse attraverso le Alpi nella pianura del Po’. Le genti che vivevano già in questo territorio non erano né numerose ne diffuse, ma già in lombardia nel VIII sec si era affermata la cultura di Golasecca, innegabilmente celtica ed i cui esponenti, i Leponzi, avranno un ruolo fondamentale nella nascita della nazione Insubre. I Liguri, che vivevano sull’Appennino e nella pianura fino al Po’ sono descritti come fortissimi nel fisico e del tutto selvaggi.

II.

Gli Orobi vivevano sulle Alpi, dal lago di Como al lago di Garda. I Veneti che si erano stabiliti sulla costa del mare Adriatico sin da epoche remote, hanno origini incerte, sebbene Giulio Cesare, che li incontrò anche sulle coste dell’Atlantico alle foci della Loira li annovera tra i popoli Celtici ; e Polibio li descriveva come del tutto simili ai Celti, tranne che nella lingua. Archeologicamente tra questi due popoli omonimi non sembrerebbe intercorrere però alcun legame o relazione.

I dialetti neoceltici che si parlano oggi nella Valle Padana hanno caratteristiche cosi nette e distinte dall’italiano che, seguendo i limiti dell’area in cui sono parlatati, si può delimitare esattamente il territorio abitato, oggi come allora, da genti Celtiche.
Esso va dalla catena delle Alpi al Mar Ligure fino a Pontremoli e da qui a Senigallia seguendo la dorsale dell’Appennino. 
La civiltà celtica ha dominato per più di mille anni un vasto mercato comune europeo e la sua influenza sulla cultura europea – sia culturale, linguistica o artistica – si scopre di nuovo. Gli antichi dialetti celtici sono gli antenati delle lingue gallesi e gaeliche di oggi.

I Celti si godevano la vita. Il cibo e le feste erano importanti e si considerava l’ospitalità un segno di nobiltà. Questa stessa ospitalità si trova anche oggi nelle Highlands della Scozia.
La cultura celtica veniva trasmessa a voce; la storia e gli avvenimenti non erano scritti ma ricordati sotto forma di versi. La cultura d’istruzione dei Celti comprendeva sia la religione che la geografia, sia la filosofia che l’astronomia. I loro oratori erano famosi in tutta l’Europa e servirono anche da insegnanti per i figli dei Romani.

III.

La società celtica era molto egualitaria, anche le donne partecipavano nelle guerre, nel commercio e nella politica. I tagliapietre e gli orefici celtici non avevano rivali e l’arte celtica è ormai riconosciuta dappertutto per la sua originalità e per la sua qualità straordinaria. La mancanza d’unità al centro della loro comunità causò la caduta dei Celti, quando la macchina della guerra cominciò ad invadere il loro territorio.

La Gallia cadde, seguita subito dalle isole britanniche. In Scozia, però, i Pitti (un popolo celtizzato, ma di origine autoctona e pre-indoeuropea) resistettero ai Romani e la Scozia rimase libera. I Romani non conquistarono i Celti irlandesi e da questa terra arrivarono i Gaelici in Scozia. I Bretoni giunsero in Armorica (detta Bretagna in seguito alla loro penetrazione) dalla Cornovaglia, a seguito delle pressioni degli Anglosassoni. Tanto gli spostamenti degli Scoti irlandesi verso la Caledonia (poi detta Scozia) e dei Bretoni vers l’Armorica avvennero tra il 500 e il 600 d.C. (VI sec.).

Contributo tratto  da  Bibrax  ( www.bibrax.it )

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Accadde Oggi – 19 gennaio

Pubblicato da bretella su marzo 30, 2009

1853 Prima dell’opera lirica Il trovatore di Giuseppe Verdi, a Roma  al Teatro Apollo.

Il libretto, in quattro parti e otto quadri, fu tratto dal dramma El Trobador di Antonio García Gutiérrez. Fu Verdi stesso ad avere l’idea di ricavare un’opera dal dramma di Gutiérrez, commissionando a Salvadore Cammarano la riduzione librettistica. Il poeta napoletano morì improvvisamente nel 1852, appena terminato il libretto, e Verdi, che desiderava alcune aggiunte e piccole modifiche, si trovò costretto a chiedere l’intervento di un collaboratore del compianto Cammarano, Leone Emanuele Bardare. Questi, che operò su precise direttive dell’operista, mutò il metro della canzone di Azucena (da settenari a doppi quinari) e aggiunse il cantabile di Luna (Il balen del suo sorriso – II.3) e quello di Leonora (D’amor sull’ali rosee – IV.1). Lo stesso Verdi, inoltre, intervenne personalmente sui versi finali dell’opera, abbreviandoli.

La prima rappresentazione fu un grande successo: come scrive Julian Budden, Verdi aveva saputo “toccare il cuore del pubblico come con nessun’altra delle sue opere”.

La trama – oltremodo intricata e romanzesca – si sviluppa parte in Biscaglia e parte in Aragona all’inizio del XV secolo.

Tra gli interpreti che si sono cimentati in quest’opera – sia in studio che in teatro – ricordiamo, nella parte di Manrico, Franco Corelli, Franco Bonisolli e Luciano Pavarotti, e in quella di Leonora Joan Sutherland, Leontyne Price, diretta nel 1977 da Herbert von Karajan, e Gabriella Tucci per il Metropolitan di New York.

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Accadde Oggi – 18 gennaio

Pubblicato da bretella su marzo 30, 2009

1701 Federico I diventa Re di Prussia.  Principe elettore di Brandeburgo (11 luglio 1657 – 25 febbraio 1713) , fu il primo re di Prussia, regnò dal 18 gennaio 1701, fino alla sua morte, che avvenne a Berlino.

Nato a Königsberg, Federico divenne principe elettore di Brandeburgo, nel 1688, alla morte di Federico Guglielmo I. A quell’epoca, Federico I era noto come Federico III. Divenne “Federico I”, quando divenne Re.
In realtà Federico I non venne mai chiamato “Re di Prussia”. Il suo titolo era “Re in Prussia”: gran parte dei territori di Federico erano parte del “Sacro Romano Impero della nazione germanica”, e questa nazione aveva come re un Asburgo. Gli Asburgo erano potenti mentre il Brandeburgo/Prussia era piccolo e povero. Così Federico non poté lasciare il Sacro Romano Impero e dare vita ad un Regno di Brandeburgo autonomo.

Infine il principe elettore di Brandeburgo convinse il re tedesco a permettergli di diventare re di Prussia, che non era mai stata parte del “Sacro Romano Impero della nazione germanica”. Per indicare che la sua sovranità era limitata alla Prussia, e non riduceva i diritti del re tedesco nei territori germanici di Federico, egli dovette chiamarsi “Re in Prussia”.
(nel 1697 l’elettore Augusto II di Sassonia divenne re di Polonia; nel 1714 l’elettore di Hannover divenne re Giorgio I d’Inghilterra)

Suo figlio Federico Guglielmo I, nato nel 1688, gli successe.

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Accadde Oggi – 17 gennaio

Pubblicato da bretella su marzo 30, 2009

1929 Appare per la prima volta con una striscia su un quotidiano il personaggio dei fumetti Braccio di Ferro (Popeye) . Creato da Elzie Crisler Segar, Popeye ottenne subito un grande successo. Marinaio, guercio di un occhio, ha una caratteristica pipa sempre in bocca, che in alcuni episodi si trasforma in diversi oggetti che lo portano in salvo, e altresì utile per la caratteristica sigla finale; ha un corpo nerboruto, soprattutto gli avambracci sproporzionati, che portano entrambi un tatuaggio tipico dei marinai: un’ancora. Innamorato della sua ragazza Olivia (Olive Oyl) che è allo stesso tempo corteggiata dall’acerrimo nemico Bluto, poi ribattezzato Bruto (Brutus), trova sempre il motivo per fare cagnara. Anche se Bluto è visibilmente più grande e forte di Braccio di ferro finisce con il perdere sempre, poiché Braccio di ferro ha un’arma segreta, i suoi inseparabili spinaci, dei quali ingoia un barattolo intero, che gli donano una forza sovraumana. Il più delle volte deve salvare l’amata Olivia dalle grinfie di Bruto, e interviene al grido di Aiuto, Braccio di Ferro! Un altro personaggio caratteristico, degli amici di Braccio di ferro, è Poldo Sbaffini (J. Ellington Wimpy), molto pigro, sempre sfaccendato e grande divoratore di panini, oltre a Pisellino (Swee’ Pea), un neonato vestito con un lungo camicione, arrivato in casa Braccio di ferro dentro un pacco postale. Tra i personaggi inventati da Segar per arricchire la serie figurano anche Dante Bertolio (Castor Oyl), fratello di Olivia, che di mestiere fa l’investigatore privato, Braccio di legno (Poopdeck Pappy), scorbutico padre di Braccio di ferro, e lo stranissimo Gip (Eugene the Jeep), animale misterioso giunto dalla quinta dimensione, capace di predire il futuro e di diventare invisibile,braccio di acciaio, gomma e legno : nipotini di braccio di ferro.

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Accadde Oggi – 16 gennaio

Pubblicato da bretella su marzo 30, 2009

1547 E’ incoronato Ivan IV, detto il Terribile. La sua autoproclamazione a Zar  pone fine ad una serie di conflitti per il potere  contro i nobili ( boiari ), originati dalla morte del padre – Basilio III – nel 1533 e della madre nel 1538. La sua lotta contro i nobili per il riconoscimento del potere autocratico lo portò a limitarne il potere attraverso la costituzione del primo Zemskij Sobor,  assemblea di dignitari ecclesiastici e civili. Il suo regno fu caratterizzato da una serie di guerre verso l’esterno , sterili e dannose per il Paese. Per circa ventidue anni la guerra si esaurisce in una interminabile lotta contro svedesi, lituani e polacchi, senza portare vantaggi territoriali. Morta la moglie ed il figlio – quest’ultimo, secondo la tradizione,  forse ucciso accidentalmente dal padre stesso – nel 1584 venne avvelenato ponendo fine ad un regno sanguinoso e che aveva posto le premesse per un rapido declino della Russia.

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Accadde Oggi – 15 gennaio

Pubblicato da bretella su marzo 30, 2009


1929 Nasce ad Atlanta in Georgia, nel profondo sud degli Stati Uniti, Martin Luther King jr. Suo padre era un predicatore della Chiesa battista, mentre la madre era una maestra. Pacifista convinto, passa gli anni della formazione giovanile a Chester (Pennsylvania), dove studia teologia e vince una borsa di studio che gli permetterà di conseguire il dottorato in Filosofia presso Boston. Dal 1953 è pastore della chiesa battista a Montgomery (Alabama). Nel corso della sua vita, fu impegnato in primissima linea per il riconoscimento del diritto di voto ai neri e per la parità nei diritti civili e sociali. La sua lotta, tuttavia, non fu mai cruenta ispirata come era ai ferrei precetti legati alla non-violenza di stampo gandhiano e basata sulla nozione di resistenza passiva. Il suo discorso più famoso ( I have a dream ) fu pronunciato il 28 agosto del 1963 durante la marcia su Washington, anche grazie al quale ricevette l’anno successivo il premio Nobel per la pace. Nel 1966 si trasferisce a Chicago e si dichiara contrario alla guerra del Vietnam. Il 4 aprile del 1968, alle ore 19, muore a Memphis, dove si era recato per partecipare ad una marcia a favore degli spazzini della città che erano in sciopero, ucciso da alcuni colpi di fucile sparati dalla casa di fronte all’albergo dove alloggiava.

I have a dream that one day this nation will rise up and live out the true meaning of its creed: “We hold these truths to be self-evident; that all men are created equal.

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Accadde Oggi – 14 gennaio

Pubblicato da bretella su marzo 30, 2009

  • 1858 Il patriota italiano Felice Orsini, insieme ad alcuni complici, compie un attentato contro l’imperatore francese Napoleone III, lanciando tre bombe contro la sua carrozza che stava fermandosi al Teatro dell’Opera. Il gesto portò alla morte 8 persone ed al ferimento di più di 150. Felice Orsini era stato  seguace d Mazzini nel movimento per l’unificazione dell’Italia. La sua attività rivoluzionaria si svolse tra lo Stato pontificio e la Toscana. Il suo attentato nei confronti di Napoleone III è giustificato dal fatto di ritenerlo responsabile del fallimento della rivoluzione del 1848-1849. Nonostante un’abile difesa nel processo ad opera di Jules Favre, Orsini venne condannato a morte e ghigliottinato il 13 marzo dello stesso anno. La sua morte non risultò vana, grazie all’abilità di Camillo Benso conte di Cavour che sfruttò il gesto dell’attentato per spingere l’imperatore francese a stringere un’alleanza con Vittorio Emanuele II, a capo del Regno di Sardegna. Da quell’alleanza seguirono le vicende che condussero alla Seconda Guerra d’Indipendenza ed alla unificazione italiana.

(Fonte Wikipedia)

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